Uno dei principi della neurolinguistica afferma che una persona, un ruolo, un concetto, così come una cosa o una situazione, esistono dal momento che vengono nominate esplicitamente. Le parole infatti sono importanti perché nella nostra mente associano delle immagini che danno forza e significato a quella parola e che quindi contribuiscono poi a formare il repertorio individuale di idee e opinioni che si traducono in pensiero e comportamento collettivi e determinano la cultura e la civiltà di una società.

Esistono poi dei modi di dire che si richiamano ad un vissuto ripetuto che diventa convenzione; frasi che vengono usate abitualmente, trasversalmente, spesso inconsapevolmente e per questo tramandate di generazione in generazione.  Come già ribadito, queste frasi si richiamano a fatti, esperienze e situazioni che per la loro ripetitività creano dei precedenti che diventano quasi una regola non scritta, ma che ha il potere di governare il pensiero e i comportamenti delle persone e delle collettività. Sono locuzioni che esprimono un concetto apparentemente intriso di buon senso e per questo vengono adottate da tutti, o quantomeno dalla maggioranza, senza differenza di età e di genere. Faccio degli esempi: “prima le donne e i bambini”, oppure “moglie e buoi dei paesi tuoi”; sono due frasi, così come molte altre, che per il loro potere evocativo contengono un messaggio che, anche se non esplicitamente enunciato, arriva e si radica nella mente inconscia  delle persone e diventa una convinzione profonda che spesso prevale sulla razionalità. Una persona che fin da piccola, in situazioni critiche sente pronunciare spesso: “prima le donne e i bambini”, a lungo andare nel suo intimo, si convince che le donne sono esseri fragili, che hanno bisogno di aiuto e protezione e quindi poco adatte a gestire realtà in cui si richiede coraggio e resistenza. Potrebbe avere origine da questo, la scarsa attitudine/coraggio delle donne, anche ai giorni nostri, a mettersi in gioco in primo piano. Se analizziamo il proverbio: “moglie e buoi dei paesi tuoi”,  esprime un concetto che sembra positivo, ma invece porta inconsapevolmente a posizionare la donna, in una scala di valenza sociale, ad un livello diverso (per usare un eufemismo),rispetto a quello dell’uomo.

Eppure queste frasi vengono usate e ripetute con preoccupante disinvoltura ancora oggi, indistintamente da uomini e (ahimè) donne.

Per tornare all’attuale tema della linguistica e delle declinazioni al femminile di articoli e  sostantivi, vorrei invitarvi  a riflettere sul fatto che “il commercialista” o “il musicista”, rimangono indifferenti di fronte al fatto che il sostantivo che definisce il loro ruolo abbia una suffisso al femminile. Sicuramente loro non sono mai stati sfiorati dal pensiero che in una situazione critica fosse opportuno mettere in salvo “prima gli uomini e i bambini”, oppure non hanno mai ritenuto che fosse meglio “il marito e i buoi dei paesi tuoi”. Proprio perché queste frasi non si sono mai sentite e sono certa che nel caso qualcuno le pronunciasse, apparirebbero a tutti e a tutte, ridicole e improponibili.

Al contrario invece, “la Ministra” o “la Sindaca”,  sentono il bisogno di rivendicare con forza e anche giustamente, la versione femminile del sostantivo che indica l’identità e l’importanza del loro ruolo; probabilmente a causa di un’atavica insicurezza e di un intima percezione di inferiorità rispetto all’altro sesso, due sensazioni che derivano proprio da quelle “profonde convinzioni” di cui sopra e che sono estremamente limitanti e penalizzanti per le donne.

Voglio concludere dicendo che le parole sono importanti e che dobbiamo assolutamente precisarne la declinazione in base al genere, in quanto sostanza e forma del significato che contengono. Dobbiamo però tenere in considerazione allo stesso modo, anche e soprattutto il significato nascosto di certe frasi che usiamo spesso inconsapevolmente, perché sono molto pericolose e deleterie per il riconoscimento dell’eguale valore ed importanza dei due generi. Smettere di usarle è il primo passo.

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