Le strategie politiche  ad altissimo livello incidono sulla vita sociale e pubblica e sono operate da persone che in virtù del potere loro conferito, decidono e scelgono per la collettività mettendo in gioco il  frutto di un vissuto che le ha portate ad essere quello che sono e cioè a sentire, pensare ed agire in un certo modo.  Il ruolo pubblico è l’espressione estesa, “riveduta e corretta”, del ruolo privato e la famiglia è la prima forma di società, pur se ristretta e privata. Il potere è un elemento presente in ogni forma di società ed il modo con cui viene considerato ed usato, come uno strumento o come un obiettivo, può cambiare la sostanza e il risultato delle cose. Nella famiglia la presenza dei due generi, con la relativa distribuzione dei ruoli e del potere, ha da sempre favorito una corretta e proficua gestione delle risorse umane ed economiche ed essendo la famiglia il nucleo base della società, la stessa situazione privata, dovrebbe essere riprodotta nel pubblico.  Infatti. l’elemento distintivo femminile che caratterizza il modo di porsi delle donne nei confronti dell’interesse pubblico e quindi della politica, sta proprio nella diversa maniera di considerare e gestire il potere: uno strumento al servizio della collettività. Questo modus operandi che integra e bilancia quello tradizionale maschile, più focalizzato sul potere come obiettivo di realizzazione personale, trova le sue radici nelle arcaiche abitudini femminili di lavorare nell’ombra per il bene di tutti, spesso senza vederne riconosciuto il merito o subirne il giudizio, perché gli oneri e gli onori della responsabilità pubblica, spettavano solo all’uomo. Ancora oggi funziona un po’ così; le donne sono molto operose nel sociale e nella politica, ma raggiungono raramente ruoli apicali di potere e purtroppo, in molti casi, per loro stessa rinuncia.  In molte, nonostante abbiano capacità e competenza da mettere in campo, preferiscono rimanere defilate e lavorare nell’associazionismo oppure, per usare una metafora calcistica,  svolgere nel loro partito, il ruolo di “mediano” per creare gli assist al goleador.

La scarsa attitudine da parte delle donne ad esporsi in prima linea e portare avanti le proprie convinzioni e motivazioni, in gran parte è da ricercarsi in una certa forma di pudore a prendere qualsiasi forma di iniziativa per avanzare dalla “seconda fila”; un pudore intimo e spesso irrazionale che però risulta decisivo nel farle arretrare e rinunciare, quando è il momento di fare il salto di qualità e prendersi il rischio di mettersi in gioco in primo piano. Esiste poi di fatto un ostacolo che motiva fortemente la reticenza femminile nell’esporsi e rischiare: la competizione sfrenata e trasversale, centrata sull’individualismo selvaggio, richiede, oltre ad uno schema mentale essenzialmente razionale e deduttivo, soprattutto un allenamento alla competizione che,  proprio per quanto detto prima, alle donne manca.

Per invertire la rotta, occorre prima di tutto attrezzare le donne e renderle più sicure dal punto di vista emozionale e mentale, maggiormente competenti in settori per loro inusitati ed  esperte nel muoversi negli ambienti della politica. In seconda battuta è necessario convincere gli uomini a coinvolgere le donne nel pubblico con ruoli significativi cercando di renderli consapevoli del grosso vantaggio che porterebbe una collaborazione paritaria e sinergica tra i due generi.  Per ultimo, ma non per ordine di importanza, occorre educare e motivare le donne alla solidarietà di genere, per annullare la subdola diffidenza e invidia che spesso serpeggia tra le stesse donne in competizione. Pur se è comprensibile il senso di smarrimento e di insicurezza nel dover ricoprire questi ruoli nuovi, così come è storicamente documentato lo scarso allenamento a mettersi sotto i riflettori per un obiettivo esplicito importante, sta di fatto che ancora oggi, le donne fanno poco gioco di squadra e, per paura o per pudore, fanno il gioco degli uomini.

 

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